sabato 14 giugno 2008

Quarto Oggiaro è un luogo comune di Gianni Biondillo

bambini a quarto oggiaro

Una volta una giornalista mi ha chiesto: “possiamo dire che Quarto Oggiaro è il Bronx di Milano?”
“No,” le ho risposto. “Non lo possiamo dire. E poi non vedo perché lo si debba dire!”

1.
La gente parla spesso per luoghi comuni. Quarto Oggiaro, in questo senso, è un luogo fisico perfetto da trasformare in luogo comune.
Il luogo comune tipico sui luoghi fisici è: periferia = marginalità. Si prende una condizione geografica (la periferia) e le si sovrappone pedissequi una condizione sociale (la marginalità).

Eppure per quanto questi requisiti si ritrovino spessissimo accavallati non vuol dire che significhino pedestremente la stessa cosa.
Vi faccio un esempio: perché i delitti di Novi Ligure o di Cogne hanno così ampiamente turbato l’opinione pubblica? (a proposito: cos’è l’opinione pubblica se non un luogo comune?)
Non certo semplicemente per la loro evidente efferatezza ma anche, anzi soprattutto, perché “l’opinione pubblica” non accetta che siano accaduti in condizioni socio economiche non “consoni” alla tipologia del delitto. Non a caso si parlò in prima istanza di albanesi come probabili assassini. Quelle orrende morti dovevano accadere in luoghi orrendi. Così si sarebbero naturalmente depotenziate, tranquillizzandoci.
E’ chiaro che c’è del razzismo in tutto ciò (uso “razzismo” e non “classismo”, memore della lezione pasoliniana). Gli stessi delitti in una periferia li accetteremmo come plausibili, “verosimili”. In una periferia violenta i delitti sono violenti. Ma se questo accade al di fuori di quei ghetti mentali che ci siamo costruiti tutto ciò mette in dubbio le nostre “certezze”. Dovremmo cioè accettare che possano esistere condizioni di marginalità sociale anche (e soprattutto?) in famiglie “normali” (cioè, come si diceva una volta, “borghesi”).
2.
Andiamo avanti: la periferia è brutta, quindi è marginale, e il centro storico (ripulito, musealizzato) è bello. Questo è un altro luogo comune.
I quartieri operai sorti fra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX sec. non nacquero con un disegno “volutamente” bello. Le condizioni igieniche erano di certo migliori delle baraccopoli che andavano a sostituire, ma sicuramente questi quartieri furono costruiti innanzitutto con una idea di economicità e risparmio di spazi e risorse (existenz minimum, bagno unico per piano, ballatoio distributivo, etc.).
Eppure tutto ciò ha creato condizioni di altissima socialità! Oggi questi quartieri milanesi, ormai ex-operai, sono molto ricercati da classi sociali differenti.
Perché? Perché in essi c’è un deposito di storia e di senso che sbaraglia il luogo comune di “casa popolare” = brutta. L’assunzione di storicità dà a questi quartieri una dignità da centro storico, di contro l’enorme distesa anomica e senza senso di villette della Brianza, oltre ad aver distrutto un panorama, dimostrano come possano esistere luoghi marginali (e indiscutibilmente “brutti”) anche se non per poveri o immigrati.
Io ci sono cresciuto in una periferia. Quarto Oggiaro è un quartiere sorto dal nulla negli anni sessanta. Ha una fama pessima, è un luogo di continue immigrazioni; eppure finché ho vissuto in quel posto non ho mai capito il “luogo comune” (l’ennesimo) della “grande città dove non si conosce neppure il nome del vicino di pianerottolo”. Il controllo sociale in quel cortile era altissimo, non ostante la libertà di movimento (un po’ forzata dagli obblighi lavorativi dei genitori) dei ragazzi. Non mancava mai la vecchietta sul balcone che poi riferiva tutto a mia madre, per intenderci. Tutti sapevano i cazzi di tutti. Solo quando mi sono sposato e ho cambiato quartiere ho capito il senso di quella frase. Qual è allora la vera marginalità?
Dunque Quarto Oggiaro, il Corviale, Scampìa, lo Zen, sono luoghi ameni e graziosi dove vivere? Ovviamente no, ma siete così sicuri che lo siano, chessò, Prati o il Vomero?
3.
È chiaro che io ho deciso di parlare nei miei romanzi di Quarto Oggiaro innanzitutto per ragioni autobiografiche. Quello è, rubando a Montale, il mio “panorama interiore”. Ma non basta. Quello che ideologicamente ho deciso di fare è di lavorare sul popolare.
Anzi, per non cadere in confusione (popolare in che senso? Populistico? Folk? Pop?) ho deciso di scrivere romanzi plebei. Plebei per i soggetti trattati, per le storie esposte, plebeo pure nel desiderio ponderatissimo di utilizzare una precisa tipologia narrativa. A me, oggi, il genere “romanzo borghese” (perché, mettiamocelo bene in testa, è un genere, fatto e finito, con tutte le sue belle regolucce che portano drittodritto al premio Strega) non interessa.
Oggi sento che il bisogno vitale, estremo, disperato quasi, di chi scrive è (dovrebbe essere) parlare del mutamento. Ed è il mutamento antropologico (pasoliniano) avvenuto sui nostri corpi. Ed è la mutazione in atto nella società. Ed è psicologia non più attorcigliata su se stessa ma anche sociologia. Non è più solo dentro ma anche fuori. Non è più “la Cina è vicina” ma “la Cina è qui” (e non è come la immaginavamo).
È cercare di smontare, pezzo pezzo, il luogo comune.
Il più dotto fra i luoghi comuni, quello più in voga da un po’ di anni a questa parte nell’intellighenzjia d’accatto parte da una fortunatissima definizione di Marc Augé, quella esposta nell’ottimo saggio: “Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità”. I parcheggi sono non luoghi, gli ipermercati sono non luoghi. La metafora dell’antropologo è forte, facile da ricordare, ottima da estendere illimitatamente, anche se non si è letto il succitato lavoro di Augé. Oramai leggo e sento dappertutto, come dato di fatto, che le periferie urbane sono non luoghi.
Questa affermazione a me fa venire in mente, automaticamente, una associazione mentale: se Quarto Oggiaro è un non luogo allora chi ci abita è una non persona. E, perdonate, non lo accetto.
4.
Il borghese è intimamente classista. Non lo fa apposta. Ne ho parlato una volta su Nazione Indiana . Era quel caso dell’allagamento del Parini. Ricordate? Ci fu un professore che, scoperto che gli autori della bravata erano ragazzi del Parini, non si vergognò a dire, candidamente: “Se li chiamavamo teppisti era perché pensavamo che venissero “da fuori”, da Quarto Oggiaro magari.” Come ragioni con uno così? Come parli con uno che distribuisce a piene mani, senza vergogna, luoghi comuni alla nuova classe dirigente che se ne abbevera come fosse oro colato?
Queste persone non mi stimolano, non mi danno nulla. Hanno un’esperienza dei luoghi, un’esperienza dei corpi tutta borghese, completamente rinchiusa nelle ritualità borghesi. In questo senso è classista, prima ancora che razzista, così come lo stiamo diventando tutti noi.
Perché, dalla Fallaci in giù, c’è una cosa che vogliamo negare più di ogni cosa: non è il colore della pelle (perché allora i rumeni o gli ucraini?), non è la religione (perché allora gli equadoriani o i peruviani?), no, macché! È la povertà. A noi fa paura la povertà. Ve lo assicuro, ve lo dice uno che ci è cresciuto in mezzo alla povertà, quella autentica, quella da pane e cipolle, in un quartiere a rischio come Quarto Oggiaro. Lo negheremo fino all’ossesso, ma ci fa paura la diversità assoluta che la povertà porta con sé. Denzel Washington non ci fa paura, Willie Smith non ci fa paura. Afef non ci fa paura.
Un corpo borghese (intellettuale, cattolico, illuminato, italiano) non capisce, non può capire, il corpo della vicina di casa di mia madre, Zaira, somala, colf (sguattera dovrei dire, ma non lo dico), lavoratrice, cucinacipolle, puzzolente, etc. etc. Mia madre, che si è ritrovata ad averla affianco sentiva che non c’era possibilità di incontro. Troppo diversi. Prima, in quell’appartamento, c’era la Rosetta, milanese doc. Che guardava mia madre dall’alto al basso (terrona sicula, mia madre, probabilmente ex prostituta ma pur sempre del nord la Sciura Rosetta). Ma, miracolo, densi di pregiudizi e di razzismi, per anni, hanno convissuto, una a fianco all’altra. E quanto pianse mia madre alla sua morte!
Qualche mese fa mia madre è andata a fare la targhetta da mettere sulla porta di Zaira, perché, mi spiegava, è meglio mettere il nome fuori, se no arrivano quelli che ti sfondano la porta e ti occupano l’appartamento. Zaira ogni tanto le cucina delle cose, e stanno i pomeriggi a chiacchierare. I loro corpi hanno esperienza l’una dell’altra. I loro “io” trattano, mutano, crescono, cambiamo, appercepiscono, appresentano. Amano.
5.
Allora, messa così, il “popolo” è, edenicamente, buono, giusto, solidale. No. Chiaro che no. Il popolo, anzi, la plebe, la massa, la marmaglia, il coacervo, il branco, la folla, è altrettanto razzista, violento, conservatore, fascista. Ha subito la violenta, televisiva, omologazione del Centro. Ma ha una cosa in più, non da poco. Sicuramente senza alcuna consapevolezza, senza nessuna meditazione razionale, la plebe investe nel futuro. È giovane. Lo dico proprio strictu sensu.
Siamo una nazione che invecchia, in evidente decadenza, che ha deciso di non avere figli, di non investire nel futuro. Ma il futuro è dei popoli giovani, che hanno, cioè molti figli, molti più figli che padri, o nonni, o figli adulti che non vogliono diventare padri. È degli indiani, dei pakistani, dei cinesi, dei magrebini. Degli immigrati, che hanno un solo capitale, la prole. Dei proletari, in pratica. Questa è la mutazione che a me interessa. Alì dagli occhi azzurri è arrivato, non come immaginava Pasolini, ma è arrivato, è qui.
Ogni mutazione è, necessariamente, creativa. E il suo scenario è, ancora oggi, quello delle periferie urbane, dove le contraddizioni sono più evidenti.
In questo senso reputo le periferie non luoghi comuni ma luoghi, nel loro potenziale, creativi. Per il loro essere luoghi di immigrazioni recenti e differenti, sono dei laboratori per la creazione di società diverse, nuove, appunto giovani.
Le società giovani sono per loro natura creative, inventive, molto spesso per un bisogno urgente. Sono un potenziale rivoluzionario impressionante (e “spaventoso”). Questo potenziale o si scatena o viene represso. Viviamo tempi difficili, è vero. Ma, mai come in questi anni, vivi.
Le banlieue, le periferie urbane, i non luoghi, sono in realtà i posti migliori dove combattere questa guerra di libertà. Luoghi dove si può, si deve, scegliere se essere omologati al potere e quindi marginali (alla società e a se stessi) oppure essere creativi, in quanto periferici al potere.
(pubblicato su Nuovi Argomenti, n. 30, aprile-giugno 2005. La foto è di Alberto Cattaneo)
http://www.nazioneindiana.com/2005/10/03/quarto-oggiaro-e-un-luogo-comune/

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