mercoledì 17 giugno 2009

VECCHI SCARPONI A QUARTO OGGIARO

VECCHI SCARPONI di Marco Simi
il racconto è tratto dal libro La Ca' - I racconti del Resegone di Marco Simi - Itaca libri edizioni
E venne il giorno che a Quarto Oggiaro tutti ebbero gli scarponi. Per diecimila il paio. Si badi, stiamo parlando di roba buona, di marca, mi pare Nordica o Caber o giù di lì.

No, l'effetto-Tomba non c'era ancora, era appena apparso l'astro del giovane Thoeni (ricordo benissimo, sui miei sci, l'adesivo compiaciuto : "Gustavo hai chiuso, arrivo io!") ma questi non c'entrava per nulla. Dovete sapere che Quarto Oggiaro, sobborgo di Milano, è sempre stato un quartiere, per così dire, molto vivace. Era normale che ogni tanto qualche autista di camion si fermasse a chiedere notizie di questa o quella tangenziale per Venezia, e non si sa bene come ma perdeva il camion. Ed il carico. Ecco perché tutti ci avevano gli scarponi a diecimila lire il paio. Ma nessuno sciava, era il piacere virtuale di possederli. Usarli è un altro paio di maniche. Io lavoravo appena più in là, dopo il ponte per Novate. Ed ero l'unico pirla che sciava, aveva amici in quartiere e non era riuscito a recuperare neanche mezzo scarpone.

Pazienza. Ma un paio di scarponi sono una cosa seria, come si fa a fare senza? I soldi li davo tutti in casa e mi restava poco, usavo un paio di sci di legno che funzionavano, sì, ma gli amici più fortunati parlavano con competenza di sci metallici, leghe di alluminio e via discorrendo. Io abbozzavo, ma sotto sotto mi rodevo dall'invidia. E poi quei fortunelli possedevano scarponi coi ganci. Si era cominciato con tre o quattro, per poi passare a scafi poliuretanici con decine di chiusure, viti speciali, levette di regolazione. Addirittura si raccontava che in un certo laboratorio del centro ti iniettavano nella soletta una schiuma per modellarla proprio sul tuo piede. Potenza delle scienze e della tecnica e di chi aveva i ghelli per comprarsele.

Mettendo insieme i rimasugli, le magre mance della nonna, qualche ora di straordinario eccetera, un tardo pomeriggio invernale feci una puntata speranzosa in un famoso negozio di sport di via Paolo Sarpi, via-bazar della città. In vetrina roba da leccarsi le dita: cordini multicolori, moschettoni superleggeri, piccozze in lega, ramponi luccicanti ed aggressivi, e soprattutto scarponi in bella vista. Quale visione! Mi sentivo un po' il monello dei film di Charlot, fiatando sul vetro davanti a quei prezzi impressionanti, malignamente scritti in piccolo, difficili da leggersi.

Con aria noncurante spinsi la porta d'ingresso, girellai un po' nei locali, poi scesi al piano di sotto dove, nella penombra, file e file di scarponi di tutti i tipi erano esposti alla pubblica ammirazione.

Cominciai a puntare i più economici: ma, alla prova, le dita dei piedi mi facevano male. Ho la pianta larga. Ne provai un altro paio: niente da fare. Ma il vecchio gestore, sui sessantacinque, non si scomponeva più di tanto, si vedeva che più che nel negozio voleva essere in giro per boschi, a farsi una bella camminata. Il suo vecchio negozio era stato appena trasformato in un modernissimo ed avveniristico contenitore, con tanto di ski-man a disposizione dei clienti e succursali in altre zone.

Dopo venti minuti di prove e chiaccherate, un paio d'occhi non molto benevoli ci stavano fissando. Si trattava del figlio del vecchio titolare. Viso abbronzato, faccia rampante, parlantina sciolta. Mi propose subito un paio da fine del mondo, ma, come si direbbe oggi, il mio budget non era adeguato. Solo non ero capace di dire: non ho soldi abbastanza. E così stavo per dire ".. lasciamo perdere, ci penserò, ripasserò ..".

Ma il vecchio, che aveva capito bene la mia situazione, mi portò un altro paio che mi andò subito perfetto. Di un colore un po' fuori moda, ma comodo come un guanto. " .. è una occasione, ti faccio un buon prezzo, dai che i te vaa ben ..." E per pochi diecimila, raggiante, ebbi i miei primi scarponi da sci, marca Galibier.

Alla cassa, dopo aver pagato, sentii vociare giù dalla scale, di sotto. Era il figlio del vecchio, che urlava col padre, accusandolo di mandare in malora il negozio. Parlava dei miei scarponi : " … valevano almeno il triplo, brutto deficiente .." E lo insultava. Ero combattuto tra il restare ed andare, e molto a disagio alla fine uscii.

Chissà se quel negozio c'è ancora. Gli scarponi sì, a testimoniare un inaspettato gesto di bontà verso uno squattrinato come me. Prima o poi lo reincontrerò, quel vecchio negoziante, e ci faremo lunghe chiacchierate. Di montagna, e di neve, e di camminate. Non si parlerà mai di scarponi, per reciproco pudore. Ma certo mi permetterà di offrirgli un bicchiere di vino del mio. Solo mi dispiace per suo figlio. Me lo immagino che conta e riconta i guadagni della sua infelicità

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