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Agnoletto e la Globalizzazione - Cos'è la globalizzazione PDF Stampa E-mail
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Giovani e Società
Scritto da Marco Serra   
Indice Articolo
Agnoletto e la Globalizzazione
Cos'è la globalizzazione
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I temi trattati da Vittorio Agnoletto meritano un posto in prima pagina in Quarto Web, sia perché non sono mai esposti nei dibattiti in televisione, sia parché noi di Quarto Web li sentiamo molto vicini. Ciò che ci interessa di più è, infatti, il tema dell'immigrazione.

Vittorio Agnoletto è riuscito, un notevole inizio, ma queste sono attività da portare avanti, a parlare a dei ragazzi che non sanno cosa voglia dire discutere. Certo, hanno ancora tempo, ma non sono piccoli per cominciare, anzi. 

Cos'è la globalizzazione allora? "Molto semplicemente", dice Vittorio Agnoletto, "è il mondo che si fa più piccolo". E allora che cosa c'è di male? La diretta conseguenza è che tutti (beh, non proprio tutti tutti.. diciamo chi ha i soldi) possiamo andare da una parte all'altra del mondo, trasferirci per lavorare, sia come imprenditori sia come manovali.

Ma Vittorio, è fantastico! Così possiamo portare il lavoro anche dove non c'è? Oppure no.. No, non è fantastico. Purtroppo il primo pensiero dell'imprenditore non è (quasi) mai quello di andare all'estero per aiutare i popoli più poveri. I suo scopo è andare alla ricerca di una manodopera a costo inferiore in quei paesi dove non solo la vita costa di meno (il costo della vita è, per esempio, quanto ti costa una pagnotta o una mela) rispetto al paese di origine, ma dove i lavoratori non godono di nessuna tutela, perché non esistono o non contano nulla i sindacati e lo Stato (solitamente del Terzo Mondo) è più portato a mettersi d'accordo con gli imprenditori stranieri, che portano lavoro, piuttosto che prendersi cura delle condizioni di lavoro dei suoi cittadini.

Caspita, ma allora sono proprio cattivi. Ma perché non si ribellano? Quelli che lavorano intendo. Eh, quelle persone sono morte di fame nel vero senso della parola: se scioperano vengono licenziate e non portano a casa neanche quel tozzo di pane che li fa sopravvivere. Sapete quanto lavorano? Dalla mattina alla sera, poi vanno a mangiare e dormire in una casa a due passi dalla fabbrica. Così, la mattina dopo, sono subito pronti per andare al lavoro, alle cinque (di mattina). Non sanno cosa vuol dire gioco, divertimento. Non ne hanno il tempo. Ah, e anche i bambini spesso sono costretti a lavorare, altrimenti la famiglia non riesce a mantenerli. Quando uno è povero, ahimé, non solo mangia tutto, ma è disposto ad accettare qulsiasi tipo di ingiustizia. E' ricattabile. Ma alcuni Stati si sono presi cura dei loro cittadini, quando le proteste si facevano insopportabili. Sapete qual è stato il risultato? Che gli industriali hanno preso la loro fabbrica e l'hanno trasferita in un'altro posto, un'altro Stato, dove la vita costava ancora meno e i lavoratori potevano essere sfruttati ancora di più, lasciando i protestanti senza lavoro.

Ma questa realtà è catastrofica. Io non ci credo che non esista una soluzione! La soluzione esiste, ma nessuno sembra né volerla ascoltare né volerne parlare. Gli interessi in gioco sono troppo alti. La soluzione sarebbe quella di stabilire delle regole internazionali, che riguardano il livello minimo di salari, le condizioni lavorative e le ore di lavoro massime al giorno. In questo modo, in qualsiasi Stato l'industriale sposti la sua industria, non potrà mai sfruttare (più di un tot) i suoi lavoratori.

Senti, ma a me, cosa me ne frega di questi? Perché mi devo interessare delle loro condizioni di vita quando io vivo in un altro Paese? Si arrangeranno pian piano come abbiamo fatto noi. Questo ti deve interessare per due ragioni, anzi facciamo tre. Al primo posto mettiamo quella del sentimento di compassione, la più importante moralmente. Compassione, nata come parola cristiana, significa avere la consapevolezza che gli esseri umani soffrono per il motivo che noi soffriamo come loro. La compassione dovrebbe portarti ad amare il prossimo come te stesso perché tu, come lui, potresti un giorno cadere nelle stesse ingiustizie. E a quel punto ti piacerebbe essere aiutato, o no? Al secondo posto mettiamo la responsabilità. Quei popoli sono non solo poveri ma il loro sviluppo è impedito dai nostri concittadini industriali che li sfruttano e li privano delle materie prime. Spesso si mettono addirittura d'accordo tra Stati per fomentare guerre in modo da poter barattare armi con materie prime (soprattutto con il petrolio). Quindi la colpa del loro essere poveri è al 90% nostra. In terzo luogo perché questo influenza la nostra vita quotidiana. Cosa pensi che faccia un disgraziato ridotto in quelle condizioni se non immigrare verso un paese più avanzato, dove può trovare lavoro oppure vivere rubando a quei riccacci che li vengono a sfruttare? E tu, non faresti lo stesso? E non ti incazzeresti anche se non ti permettono di entrare? E allora perché ci prendono in giro dicendo che sono gli immigrati il nostro problema e che dobbiamo rispedirli nel loro Paese, quando invece siamo noi che li riduciamo in quelle condizioni?

Ma a me gli immigrati rumeni mi hanno ciulato il portafoglio e hanno violentato mia sorella. Sarebbe stupido giustificarli. Non è questo il problema che si deve porre la politica, non è il buonismo (significa dire: "poverino, cosa poteva fare, non è colpa sua"). La politica deve punire i colpevoli di reati, tutti nello stesso modo (perché, non ti saresti incazzato lo stesso se l'avesse fatto un italiano?). In più, però, deve analizzare il problema: "perché i rumeni rubano di più degli italiani?". E la risposta non è "perché sono clandestini", né "perché sono più stronzi". La risposta è che hanno molti più problemi, il primo è che devono mangiare. Accanto alle pene severe per i criminali la politica deve impegnarsi per risolvere i problemi alla radice, in primo luogo quello di non creare povertà nel Terzo Mondo, così che quello possa divendare Secondo Mondo (l'Europa viene chiamata Secondo Mondo) e gli immigrati se ne tornino di loro spontaneavolontà nella loro terra d'origine perché lì possono finalmente vievere bene.

Ma voi cosa credete, che un immigrato si diverta a lasciare il suo Paese d'origine per venire fin qui ed essere preso a calci nel sedere? Non credete che non aspetti altro che tornarsene a casa sua, nel suo paese?

Pensate sempre: "E se fossi io? Cosa farei?".

Questa è l'unica globalizzazione che vogliamo

Marco Serra



Ultimo aggiornamento ( Venerdì 13 Giugno 2008 10:45 )