sabato 15 giugno 2013

Dagli orti urbani al Fair-Trade, gli italiani in crisi si reinventano la dieta, articolo di Davide Illarietti

ARTICOLO TRATTO DA http://buonenotizie.corriere.it/2013/06/14/dagli-orti-urbani-al-fair-trade-gli-italiani-in-crisi-si-reinventano-la-dieta/



I giardini sorti in prossimità delle “Vele di Scampia”



Gli orti sorti alle spalle del palazzo della Regione Lazio

Uno degli orti dell’associazione Nostrale a Quarto Oggiaro
Mica lo sapevano che funzionasse così, loro. I teenager del Bronx milanese, i monelli da baby gang tutti scooter e parolacce, quelli che sognano la sigaretta, il tatuaggio, e parlano da uomini navigati: come potevano saperlo? O se lo sapevano lo avevano dimenticato. Tanto che quando l’insalata è sbocciata dalla terra di Quarto Oggiaro, tra i palazzoni di cemento della periferia nord di Milano, ci sono rimasti di stucco. “E’ come al supermercato” hanno esclamato.

Come al supermercato, proprio così.

All’inizio quasi non ci credevano. L’insalata che cresceva dal terreno per loro era come fosse finta. Abituati come sono a vederla solo tra gli scaffali del super o nelle confezioni plastificate” racconta Davide Ciccarese, 30 anni, laureato in scienze agricole.

Assieme a un piccolo gruppo (l’associazione “Nostrale”) di giovani milanesi, ex-studenti, precari e disoccupati, Davide si dedica a una passione che nell’era digitale suona come un ossimoro, ma che per lui e altri tre è ormai un lavoro a tempo pieno: gli orti urbani.

Quello di Quarto Oggiaro è un esempio: un enorme spiazzo coltivato in mezzo a tre palazzoni popolari, dove decine di famiglie residenti si riuniscono, seminano e si spartiscono il raccolto a gratis, risparmiando sul supermercato. Ma gli esempi abbondano in tutta Italia. Dalle orto-officine realizzate sempre da Nostrale in altre zone della periferia milanese, dove gli abitanti possono sperimentare gratuitamente tecniche innovative come l’orto rialzato “da tavola” (vedi foto), ai più classici orticelli spuntati dietro il palazzo della Regione Lazio, a Roma, in un campo che da progetto sarebbe dovuto diventare un parco pubblico.

Proprio lì, a due passi dall’ex ufficio di Franco Fiorito detto “Batman”, questo pezzo d’Italia da imitare è stato prima un deposito di automobili abbandonate, poi riqualificato da un gruppo di volontari riuniti nel “Coordinamento per gli orti urbani della Garbatella”: ora l’area, suddivisa in 15 orti, viene coltivata da altrettante famiglie a basso reddito. Più o meno come succede, scendendo il Belpaese, in un altro luogo-simbolo di degrado e rinascita: Scampia, periferia di Napoli. Dove all’ombra delle famigerate “vele” Legambiente gestisce tre orti ad uso di disabili, detenuti, giovani del quartiere. Insomma «chiunque abbia un disagio di tipo personale o economico» spiega Ciro Calabrese, responsabile del progetto,

«perché coltivar,  prima che un modo di sopravvivere, è un divertimento, un’occasione per socializzare e fare comunità».

Insomma tante buone pratiche, e un sospetto. Che la crisi sia l’occasione per tornare tutti, se non proprio alla terra, almeno a modalità di consumo più naturali? E per chi non abbia a disposizione un orto, o non possa o non voglia rinunciare agli anacardi a gennaio, ai datteri di novembre e ad altre leccornie esotiche che gli orti urbani non possono offrire, c’è sempre il commercio equo-solidale. Non per niente il Fair-Trade italiano, rispettoso dell’ambiente, dei produttori e delle colture locali (siano di là del Mediterraneo o all’altro capo del mondo), ha segnato un +13,7% nel corso del 2012, raggiungendo quota 65 milioni di euro venduti. In controtendenza con il calo generale dei consumi. E alla faccia della crisi che – sta a vedere – dopotutto potrebbe anche avere dei risvolti positivi.

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